Tecnologia e innovazione

Da Emma a Domyn: la vera questione sull’intelligenza artificiale italiana

Emma-5 ha prodotto meme e battute, ma ha finito per oscurare la questione seria: l’Italia sta investendo nell’AI senza riuscire a trasformare innovazione, talenti e imprese in un progetto nazionale riconoscibile.

Da Emma a Domyn: la vera questione sull’intelligenza artificiale italiana

Quanto ci ha fatto ridere Emma. È durato poco, forse un giorno, però è stato molto divertente. Alla domanda se fosse all’altezza di ChatGPT ha risposto di essere alta un metro e ottantacinque e larga settanta centimetri. Qualcuno ha suggerito che, invece di Emma, avrebbero dovuto chiamarla Frassica. Difficile dargli torto.

Emma-5 è il modello sviluppato da Egomnia, una società italiana che lavora sull’intelligenza artificiale. È un modello piccolo, sperimentale e ancora molto lontano dai sistemi generalisti che usiamo ogni giorno. Il primo errore è stato comunicativo: metterlo immediatamente alla mercé del pubblico senza spiegare abbastanza bene che cosa fosse, a quale stadio di sviluppo si trovasse e che tipo di prova si stesse chiedendo agli utenti. Quando poi le risposte surreali sono diventate virali, dall’azienda sono arrivate precisazioni tecniche che al pubblico sono sembrate giustificazioni.

Era invece un’occasione narrativa enorme. Con tutti quegli screenshot si poteva costruire un anno di comunicazione, mostrare gli aggiornamenti, far crescere simbolicamente la bambina scelta come immagine del modello e trasformare un inciampo in una storia di evoluzione. Si è preferito spiegare che il go-kart non andava confrontato con la Formula 1, dopo averlo parcheggiato direttamente sulla griglia di partenza.

Emma non rappresenta l’intelligenza artificiale italiana

La confusione più grossa è arrivata dopo. Emma è stata raccontata come la prova del fallimento dell’intelligenza artificiale italiana, quasi fosse il progetto nazionale sul quale lo Stato avrebbe investito per competere con Stati Uniti, Cina e resto d’Europa. Non è così. È il prodotto di una singola azienda e la sua goffa apparizione pubblica non dice quasi nulla sul resto dell’ecosistema tecnologico italiano.

Una realtà molto più significativa è Domyn, azienda italiana che sviluppa sistemi di intelligenza artificiale destinati soprattutto ai settori regolamentati, dove controllo dei dati, verificabilità e possibilità di lavorare su infrastrutture proprietarie non sono dettagli decorativi. Il suo Domyn-Large è un modello da circa 263 miliardi di parametri rivolto a compiti aziendali complessi. La società ha inoltre annunciato lo sviluppo di un nuovo modello open source di frontiera, oltre i 400 miliardi di parametri, riproducibile e utilizzabile su server locali.

Queste sono le cose su cui varrebbe la pena discutere: che cosa stiamo costruendo, quali risorse pubbliche e private stiamo mobilitando, quali settori vogliamo presidiare e come possiamo evitare che dati, infrastrutture e competenze strategiche dipendano interamente da aziende straniere. Invece il dibattito nazionale si è fermato al chatbot che pensava di essere un mobile dell’IKEA.

Francia e Germania hanno già scelto di giocare insieme

Nel frattempo la Francia ha costruito Mistral AI, diventata una delle aziende più riconoscibili dell’intelligenza artificiale europea. Nel novembre 2025 Mistral e la tedesca SAP hanno rafforzato una partnership pluriennale sull’AI sovrana europea: modelli, infrastrutture, applicazioni industriali e soluzioni destinate anche alle amministrazioni pubbliche. Francia e Germania stanno collegando ricerca, impresa, potere industriale e politica. L’Italia, in quella partita, compare molto meno di quanto dovrebbe.

Il materiale umano non manca. Le università italiane formano professionisti che le grandi aziende tecnologiche internazionali cercano con parecchio interesse. Poi li perdiamo. Si formano qui, spesso con un investimento sostenuto anche dalla fiscalità generale, e vanno a produrre innovazione, aziende e gettito altrove. Noi ci teniamo l’orgoglio nazionale a distanza: celebriamo il talento italiano quando compare nell’organigramma di una multinazionale americana, come se bastasse la provenienza anagrafica per incassarne i benefici economici e strategici.

Per un dottorando o un giovane imprenditore tecnologico la traiettoria è quasi già scritta. Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, sempre più spesso anche Spagna. Aprire una startup innovativa in Italia significa affrontare spesso lo stesso labirinto burocratico previsto per qualsiasi attività tradizionale, con in più capitale scarso, tempi incompatibili con il mercato e una cultura pubblica che si accorge della tecnologia soprattutto quando può trasformarla in polemica.

Un Paese che non racconta il proprio futuro finisce per perderlo

La storia di Federico Faggin dovrebbe essere materiale popolare, non una curiosità per appassionati. Faggin guidò la progettazione dell’Intel 4004, il primo microprocessore commerciale su singolo chip, fondò Zilog e successivamente cofondò Synaptics, l’azienda che contribuì a portare touchpad e touchscreen nel mercato di massa. Il Computer History Museum lo considera una delle figure centrali della rivoluzione informatica.

Una figura del genere dovrebbe essere usata per spiegare ai ragazzi che l’Italia non è geneticamente condannata a importare tecnologia e a esportare persone. Dovrebbe stare nelle scuole, nelle televisioni generaliste, nelle conferenze internazionali in cui il Paese prova a rappresentare se stesso. Non per imbalsamarlo come “eccellenza italiana”, la formula che usiamo quando non sappiamo che altro fare di qualcuno, ma per costruire una continuità tra ciò che abbiamo saputo fare e ciò che potremmo ancora fare.

Qualcosa si sta muovendo. Esistono aziende, investimenti, centri di ricerca e progetti credibili. Il guaio è che rimangono sparsi, poco conosciuti e quasi del tutto assenti dal discorso politico. Se lo Stato investe ma non racconta la direzione, la popolazione non percepisce alcun progetto. Se i giovani non vedono un futuro possibile, non basta ricordargli il sole, il cibo e la famiglia per convincerli a restare.

Tra meno di un anno saremo in campagna elettorale e sentiremo parlare di qualunque cosa. Sarebbe interessante, per una volta, ascoltare qualcuno spiegare quale posto dovrebbe avere l’Italia nella nuova rivoluzione tecnologica, come intende richiamare competenze, sostenere imprese e costruire infrastrutture. Emma ci ha fatto ridere. Benissimo. Ora possiamo anche occuparci della parte seria.