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  • Roma sa davvero valorizzare i suoi eventi? | Giada Giorgia Mattei – Roma Capitale d’Imprese

    Roma sa davvero valorizzare i suoi eventi? | Giada Giorgia Mattei – Roma Capitale d’Imprese

    Roma può davvero diventare una capitale competitiva anche nel settore eventi? In questa intervista, Massimiliano Cacciotti dialoga con Giada Giorgia Mattei per mettere a fuoco, con lucidità, cosa funziona e cosa blocca davvero l’ecosistema degli eventi a Roma.

    Grandi eventi, grandi numeri… ma limiti reali
    Roma ospita appuntamenti importanti, ma spesso fatica a valorizzare ciò che crea. Tra le criticità emergono la logistica eventi, i tempi amministrativi e una filiera che non sempre lavora in modo coordinato. Il risultato? Opportunità che si disperdono e costi che aumentano.

    Centro storico vs provincia: due Rome diverse
    Un punto chiave dell’intervista riguarda la distanza tra centro e provincia: accessibilità, spazi, servizi e burocrazia incidono in modo diverso. Per chi fa impresa nel settore eventi, conoscere queste dinamiche è essenziale per pianificare meglio.

    Imprenditoria femminile e autorevolezza
    Si parla anche di imprenditoria femminile e del gap di autorevolezza che può ancora pesare: non solo un tema culturale, ma anche di posizionamento, rete e riconoscimento professionale.

    Formazione, business plan e sostenibilità
    Dalla cultura imprenditoriale alla gestione dei consulenti, fino a business plan e sostenibilità economica: l’intervista propone un approccio concreto, inclusa la scelta tra digitale vs presenza.

    Se vuoi capire come migliorare davvero il sistema romano degli eventi e trasformare le criticità in crescita, guarda l’intervista completa e porta queste idee nel tuo prossimo progetto: il cambiamento parte da scelte più consapevoli.

  • Roma è diventata un “buco nero” per le imprese? | Mauro Antonini – Roma Capitale d’Imprese

    Roma è diventata un “buco nero” per le imprese? | Mauro Antonini – Roma Capitale d’Imprese

    Roma può davvero diventare una città che osa imprendere o sta inghiottendo le energie di chi fa impresa? In questa intervista, il focus è chiaro: capire perché le imprese a Roma spesso si sentono sole, tra regole confuse, tempi lunghi e una crescita che fatica a trasformarsi in sistema.

    Roma è diventata un “buco nero” per le imprese? Cosa sta succedendo
    Massimiliano Cacciotti dialoga con Mauro Antonini sullo stato di PMI Roma e provincia, evidenziando una forte frammentazione del tessuto produttivo. Il risultato? Tante realtà valide, ma poco coordinate, che subiscono una burocrazia Roma percepita come un “socio occulto” anche sul piano fiscale.

    Centro, periferia e rendita: la frattura
    Dal caso simbolico di via Frattina emerge la distanza tra rendita immobiliare e impresa. La città si divide tra centro, periferie e “provincia dormitorio”, con ricadute su economia locale Roma e qualità del lavoro.

    Proposte: regole applicate e reti che funzionano
    Tra le soluzioni: reti d’impresa, figure operative come i manager di quartiere, tutela del commercio di prossimità contro concorrenza sleale, e una visione in cui cultura e turismo Roma diventino motori strutturali anche per la provincia.

    Conclusione
    Roma non deve essere un buco nero: può diventare un ecosistema produttivo. Vuoi approfondire idee e proposte? Guarda l’intervista e condividi l’articolo con chi fa impresa a Roma.

  • Roma sta “sprecando” il Tevere? | Stefano Maina – Roma Capitale d’Imprese

    Roma sta “sprecando” il Tevere? | Stefano Maina – Roma Capitale d’Imprese

    Roma è un brand che si vende da solo, ma l’esperienza dei visitatori resta spesso inchiodata tra Colosseo e Vaticano. E se il vero “monumento vivente” fosse il Tevere? Nell’intervista a Stefano Maina, da oltre 11 anni impegnato nella navigazione turistica Roma con Altro Tevere SRL e The Voyager, emerge una domanda scomoda: Roma sta davvero valorizzando il suo fiume o lo sta “sprecando”?

    Turismo sul Tevere: un potenziale ancora inespresso
    Maina racconta un progetto nato come scommessa e oggi diventato servizio strutturato, capace di portare sul fiume decine di migliaia di persone ogni anno, soprattutto straniere. Il turismo sul Tevere può aiutare a distribuire i flussi, riducendo l’overtourism Roma e creando nuovi percorsi urbani.

    Tevere balneabile: slogan o realtà?
    Il tema del Tevere balneabile torna come promessa politica che si scontra con vincoli tecnici e organizzativi.

    Burocrazia e visione: il nodo della governance
    Il fiume è gestito da più enti che dialogano poco: Comune, Regione e Capitaneria. Senza coordinamento, anche priorità semplici—mobilità Roma, sicurezza, connessione internet e servizi—restano fragili.

    Futuro: sostenibilità e innovazione sul fiume
    Tra le idee: barche elettriche Tevere, fotovoltaico, comunità energetica e un’app geolocalizzata multilingue per rendere l’esperienza più accessibile.

    Vuoi scoprire una Roma diversa, più lenta e sorprendente? Inizia dal Tevere: esplora nuovi itinerari e condividi l’articolo con chi ama viaggiare oltre i soliti cliché.

  • La crisi dell’intermediazione (e le infinite opportunità che ne derivano)

    La crisi dell’intermediazione (e le infinite opportunità che ne derivano)

    Siamo ancora, convenzionalmente, nella cosiddetta “Età contemporanea” che inizia alla fine del 1700 intorno ad accadimenti come la Rivoluzione Industriale, la Rivoluzione Francese, le guerre d’indipendenza americane e via dicendo. La precedente, l’Età Moderna, iniziava con la fine del medioevo.

    A me appare chiarissimo che questa età sia finita nei pressi del 2010. Si può notare come le età precedenti non è che finiscano in un esatto momento ma in un periodo di almeno qualche decennio. La fine di questo evo è caratterizzata da eventi e cambiamenti importanti iniziati da metà anni ’90 fino al 2010: la caduta del muro, la guerra dei Balcani, l’ascesa culturale dei paesi arabi del petrolio, Maastricht, l’11 settembre come “inizio della fine“; poi il passaggio, lo scavallamento con la diffusione di internet, l’Euro e l’UE, le “primavere arabe” e il punto finale, il triplice fischio all’età contemporanea ovvero la crisi dei subprime del 2008-2010.

    La caratteristica interessante è che questo periodo, questi 15-20 anni di fine evo, corrispondono anche al periodo migliore, il fuoco d’artificio finale, gli anni dell’edonismo stabilizzato, delle libertà acquisite, del benessere e dell’apparente vittoria delle battaglie dei decenni e secoli precedenti. Il periodo tra il 1992 e il 2010 è stato, nell’espressione culturale intesa in senso ampio, un momento splendido da vivere qui in occidente. I problemi che percepivamo in quel momento, visti dal 2025, erano piccole cose, sciocchezze, lamentele per il caviale di scarsa qualità. E anche questo aspetto caratterizza i grandi cambiamenti: lo status quo diventa annoiato, stanco e non ha più nulla per cui combattere.

    IL TRIGGER DEL PASSAGGIO

    L’analisi culturale è il miglior modo per capire la salute di una civiltà e la nostra oggi è una civiltà neutralizzata, addormentata, estremamente conformista di un conformismo beota, vuoto, l’appiattimento sul nulla. E sono sempre più convinto che la crisi culturale nasca dall’assenza di guide, di “ciceroni”, di quelli che gli anglosassoni chiamano “gate keeper”In sostanza, la crisi dell’intermediazione.

    Qui sta il grande “trigger” del passaggio dall’età contemporanea a una nuova epoca: fino agli anni ’10 del duemila l’informazione era veicolata tramite i media, che avevano necessità di essere credibili, ognuno per il proprio segmento di pubblico. I media pre-internet agivano in modo “broadcast“: una sola voce in un determinato spazio-tempo che parla a molti contemporaneamente in una sola direzione, cioè dal media al pubblico, con quest’ultimo che può solo ricevere in modo massificato, a grandi gruppi. Questo concetto è morto e l’informazione ormai da una quindicina d’anni è bidirezionale: chi esprime, racconta, informa deve dar conto a chi ascolta perché il pubblico, prima massa informe, ora chiede direttamente e si esprime a sua volta. Di più, quelle che un tempo erano considerate “nicchie” e quindi non considerate dalla grande comunicazione di massa (perché i media erano pochi e le nicchie tantissime) oggi sono raggiungibili una ad una e sono pure ben monetizzabili.

    LA DISTRUZIONE DELLA CREDIBILITA’

    All’inizio andava bene perché i grandi media continuavano a lavorare per essere credibili, che era la loro unica arma, e gli utenti quindi continuavano, nella maggior parte dei casi, a fidarsi più di loro che dei nuovi media indipendenti, spesso impresentabili e buffi, sempre poco attrezzati rispetto ai colossi dunque poco attraenti per la massa. A un certo punto però il mainstream ha iniziato ad usare le tecniche dei piccoli intravedendo opportunità di monetizzazione semplici (più click = più soldi, con una logica ridicolmente semplicistica ed evidentemente sbagliata). E così è iniziato il percorso di inversione: i grandi hanno dilapidato la credibilità riducendosi al clickbait e al sensazionalismo mentre diventavano sempre più economicamente dipendenti dai grandi capitali, che li hanno rilevati uno ad uno e trasformati in organi di propagandagli indipendenti hanno rincorso la ricerca di credibilità colpo per colpo, articolo per articolo, contenuto per contenuto e nel tempo hanno conquistato la fiducia delle persone che trovano in un essere umano che ci mette nome e faccia e chiede di partecipare al pubblico per continuare a sopravvivere economicamente un entità più degna della propria stima.

    Ad oggi la credibilità dei media tradizionali ma anche dei grandi player della cultura (produzioni cinematografiche e relative distribuzioni, etichette discografiche e radio, televisioni, case editrici) è in rosso, percepita ormai da quasi tutti come sola propaganda e veicolo di potere e poteri. Di contro sono cresciute realtà dal basso (o dal lato…) che hanno un’influenza tale da essere ago della bilancia persino nelle elezioni americane. Sono davvero in pochi quelli che ancora considerano il mondo della content creation come “la Ferragni che si trucca” e che invece seguono creator indipendenti che propongono contenuti puntuali e interessanti, anche se spesso naif (il che li rende ancora più desiderabili).

    I TRE ELEMENTI DELLA COMUNICAZIONE + UNO

    Nella comunicazione, scolasticamente, ci sono 3 elementi base: mittente, messaggio e destinatario. Ma tra il mittente e il destinatario c’è un’intermediario che trasmette il messaggio, lo porta dall’uno all’altro. Prendiamo ad esempio il telefono: io (mittente) devo dire alla pizzeria (destinatario) che stasera saremo in 3 e arriveremo alle 20 (messaggio). Per farlo utilizzo il telefono, un veicolo, un intermediario che trasferisce il messaggio tra me e la pizzeria. Uno strumento che fa un lavoro sporco e nascosto di decriptazione, trasmissione dati, collegamento tramite celle telefoniche e tutto quel che comporta a livello tecnico l’attivazione di una comunicazione telefonica.

    I media fanno proprio questo, veicolano un messaggio tra mittente e destinatario ma il loro ruolo non è tecnico, è concettuale: io utente scelgo una manciata di media che rappresentano determinate caratteristiche, idee, visioni e gli consento di selezionare, scremare, spesso decodificare e sottopormi le informazioni migliori per me tra le tantissime informazioni in giro. Per fare questo, per affidarmi così, l’intermediario deve essere percepito credibile, affidabile, onesto. Devo credere che non mi menta, che non alteri la realtà, che non mi manipoli (anche se poi lo ha sempre fatto, ma il modo molto ma molto più sottile e subdolo).

    Cadendo questa impalcatura siamo nel mezzo dell’oceano: le informazioni sono moltiplicate all’infinito, il che è anche buono, ma non abbiamo idea di come intercettare quelle più adatte. Andiamo “a dentoni” (per citare un grande guru foggiano…) e siamo quindi quasi costretti ad auto-bombardarci di contenuti in ogni momento sperando di essere investiti da uno buono ogni cento e seguirlo individualmente. Potenzialmente possiamo comporci il nostro “palinsesto“, il nostro quotidiano perfetto ma non abbiamo il tempo e il modo di sondare l’intera produzione di articoli, podcast, video, post, tweet, infografiche, longform e tutto il producibile su scala mondiale per selezionare solo quelli per noi validi. È impossibile. A peggiorare le cose ci si sono messi da qualche anno anche gli “algoritmi” delle piattaforme social (che sono quelle in cui questi contenuti vengono ospitati) per cui non basta neanche più seguire un determinato canale per vederne i contenuti, devi comunque andarteli a cercare uno ad uno.

    UN MOMENTO ESALTANTE

    E qui è dove vi aspettate che mi lamenti come Nonno Simpson contro la nuvola. Invece vi spiazzo: è un momento esaltante.

    Di fronte a noi si para l’opportunità di costruire l’era post-contemporanea, di prendere parte attiva in questo cambiamento. È un privilegio toccato a poche generazioni in tutta la storia dell’umanità, quelle che hanno avuto la fortuna di vivere durante i grandi passaggi. Certo, se la vediamo pigramente era meglio stare palle all’aria negli anni ’70 col posto fisso, grande potere d’acquisto, villeggiatura e tutto il resto. Però siccome quello scenario è esattamente quello che raccontava Paolo Villaggio in Fantozzi, io anche all’epoca non l’avrei accettato quel modo di vivere e come me molti altri. E quindi per me vivere in questo momento è un’opportunità davvero importante e preziosa.

    La fine dell’età contemporanea è anche la fine dell’età della tecnica e del determinismo e il ritorno a un umanesimo evoluto che considera al centro dell’universo non solo l’individuo ma anche la sua natura spirituale. L’evoluzione tecnica ha portato allo strumento delle intelligenze artificiali generative che, per farle funzionare, richiedono dimestichezza e comprensione dell’intelletto umano perché è imitando questo che funzionano. Non si è più esclusi dall’utilizzo della tecnologia evoluta se non si ha capacità tecnica, conoscenza di linguaggi di programmazione, iperspecializzazione settoriale. Si ha accesso a tutto se si sa usare la logica, comprendere la struttura del ragionamento.

    “UNA MODESTA PROPOSTA”

    La mia idea è che possiamo guadagnarci potere creando nuove forme di intermediazione tra mittente e destinatario, riportando il messaggio al centro di tutto, restituendo fiducia alle persone. Abbandonare definitivamente quell’idea classista per cui “il pubblico non capisce” e quindi i messaggi si sono via via sempre più semplificati e sono diventati mere comunicazioni pubblicitarie svelando la propaganda ma essendo ben consci che il pubblico ha invece parlato e decretato: se il messaggio è scadente alla fine anche i colossi cadono. I numeri parlano chiaro, dalle vendite/abbonamenti/visite ai grandi media fino ai flop di film e prodotti woke, la decadenza della tv e delle radio broadcast appannaggio di podcast e video-podcast. La nascita e la proliferazione anche economica di figure prese in giro qualche anno fa perché “fanno le dirette dei videogiochi” e oggi smuovono numeri e capitali che anche TV nazionali si sognano proponendo format e contenuti nuovi e interessanti.

    È un buon momento per essere vivi, è un pessimo momento per stare fermi, è un momento terribile per rassegnarsi ad accettare e subire i cambiamenti senza proporne. Se vi piace il concetto, vi ci ritrovate o vi incuriosisce seguitemi qui o altrove, sentiamoci, confrontiamoci, lanciamoci in qualche progetto insieme, datemi la vostra visione. Ci ho fatto una start-up su questa visione, direi che ci credo più di un po’.

  • Il selfie dell’innovazione

    Il selfie dell’innovazione

    In un’epoca in cui il tempo è una risorsa preziosa, abbiamo tutti bisogno di una soluzione pratica, veloce e, soprattutto, efficace, per rimanere competitivi in un mercato in continua evoluzione e sempre più sfidante. Per tutti gli imprenditori è il momento di fermarsi, respirare e fare il primo passo verso un futuro più produttivo e sereno; ciò vale soprattutto per le mPMI, per le quali la strada verso il cambiamento è spesso ostacolata da resistenze interne, modelli tradizionali e una diffusa diffidenza verso le nuove tecnologie.

    L’innovazione è spesso vista come un concetto astratto, difficile da concretizzare per molte piccole e medie imprese. Con questa consapevolezza e il supporto de Il Raccomandato, siamo scesi in campo per aiutare queste realtà a trasformarsi e generare valore.

    Il Selfie dell’Innovazione

    Al centro di questa missione c’è anche il Selfie dell’Innovazione, un approccio innovativo per supportare gli imprenditori in questo delicato percorso: uno strumento che analizza il livello di apertura e utilizzo dell’innovazione in azienda, creando una roadmap per lo sviluppo.

    Il Selfie dell’Innovazione è l’inizio di un viaggio verso la consapevolezza per gli imprenditori, uno strumento accessibile e intuitivo che aiuta le aziende e i consulenti a comprendere il proprio grado di innovazione attraverso domande mirate, tracciando alla fine un profilo dell’imprenditore, classificandolo da “innovatore” a “tradizionalista” e delineando una strategia per trasformare la resistenza al cambiamento in opportunità di crescita.

    Un metodo che unisce analisi e azione

    Il Selfie dell’Innovazione è strutturato in due fasi principali:

    1.  Analisi personalizzata: attraverso una serie di domande, l’imprenditore è invitato a riflettere sul proprio approccio a innovazione, digitalizzazione, gestione delle relazioni e strategie aziendali.
    2. Restituzione di un profilo pratico: i risultati del test classificano l’imprenditore in uno dei cinque profili:
    • Innovatore Stellare: all’avanguardia nel settore, già orientato a sfruttare pienamente le tecnologie moderne.
    • Navigatore Digitale: ben avviato nel percorso di trasformazione digitale, con margini di crescita ulteriori.
    • Artigiano Moderno: una combinazione equilibrata di tradizione e innovazione, ma con spazio per ottimizzazioni.
    • Esploratore Tradizionale: interessato all’innovazione ma con qualche esitazione nell’adottare cambiamenti.
    • Custode delle Tradizioni: legato alle pratiche tradizionali, ma con il potenziale per avviare un percorso graduale di trasformazione.

    Le domande: il cuore del Selfie dell’Innovazione

    Le domande del test sono progettate per stimolare on seguito riflessioni pratiche in merito a:

    • apertura al cambiamento;
    • utilizzo della digitalizzazione;
    • formazione del team;
    • automazione e gestione dei processi;
    • strategie di mercato.

    Ad ogni risposta, corrisponde un punteggio che contribuisce alla definizione del profilo finale.

    Un approccio che guida l’azione

    Una volta determinato il profilo, non lasciamo l’imprenditore solo. Il vero valore del metodo è nel Percorso di Consapevolezza che segue il test, un approccio “friendly”, senza pressioni commerciali, per mettere a proprio agio anche gli imprenditori più scettici, durante il quale un esperto analizza le risposte allo scopo di

    • fotografare lo stato attuale dell’azienda (dalla consapevolezza all’azione): l’imprenditore capisce dove si trova e riceve gli strumenti per muoversi;
    • analizzare punti di forza e debolezze, meno inefficienze, più valore aggiunto per l’azienda;
    • definire obiettivi graduali e realistici (progetti graduali e sostenibili): nessuna rivoluzione improvvisa, ma un approccio a piccoli passi;
    • testare idee innovative con progetti a basso impatto economico e di tempo;

    terminando con azioni concrete che sono volte a:

    • superare le resistenze interne con piccoli progetti pilota che minimizzano i rischi;
    • ottimizzare l’organizzazione migliorando la gestione interna senza stravolgere la struttura aziendale;
    • incrementare la produttività attraverso strumenti mirati e supporto continuo.

    Gli eventi: il contesto ideale per fare rete e ispirarsi

    Il Selfie dell’Innovazione non è solo uno tool di analisi, ma un’esperienza interattiva, per questo abbiamo pensato di avvalercene per stimolare le persone/clienti negli eventi aziendali, fiere e convegni che abbiamo in programmazione su tutto il territorio italiano: in questi momenti “live” gli imprenditori sono invitati a completare il test in tempo reale e iniziare un dialogo con esperti qualificati. Al termine del test, oltre a ricevere un primo feedback personalizzato, la nostra società offre gratuitamente a tutti i partecipanti un Percorso di Consapevolezza tramite la piattaforma Il Raccomandato: un percorso che rappresenta un primo passo verso un’impresa più efficiente e competitiva, con un supporto concreto per identificare criticità e opportunità.

    L’obiettivo è creare un ambiente di fiducia, dove anche gli imprenditori più scettici possano vedere l’innovazione come una risorsa e non come una minaccia.

    Il Selfie dell’Innovazione è un modello di lead generation “etica”

    Uno degli aspetti distintivi del nostro progetto e di questo strumento è la sua capacità di attrarre nuovi clienti senza adottare strategie invasive o aggressive. Il Selfie dell’Innovazione, infatti, genera valore prima ancora di proporre un servizio, creando una relazione basata sulla fiducia grazie a tre pilastri:

    1.   trasparenza: l’imprenditore riceve indicazioni chiare, senza pressioni commerciali;
    2.   valore immediato: il test offre spunti pratici e utili a prescindere dall’acquisto di ulteriori servizi;
    3.   relazione a lungo termine: la successiva consulenza personalizzata crea un legame che va oltre il singolo evento.

    Il futuro a misura di PMI

    Con il Selfie dell’Innovazione, ci proponiamo di abbattere le barriere che spesso impediscono alle PMI di adottare nuove tecnologie e strategie. Attraverso un approccio personalizzato, eventi coinvolgenti e un ecosistema di supporto, vogliamo dimostrare che l’innovazione è alla portata di tutti, purché si scelga il giusto percorso.

    Se vuoi scoprire come il Selfie dell’Innovazione può aiutare la tua azienda, partecipa al prossimo evento o contatta il team di Mama Industry!